Simon's Corner

La Via della Musica #4 – Stiamo “vivendo” o “sopravvivendo”?

surviving

Ormai parlare di differenza tra vita e sopravvivenza sta diventando una specie di cliché con cui fare un po’ i filosofi sui social network e alimentare il lato intellettuale del proprio ego: “Io voglio vivere…non voglio sopravvivere!” è la tipica frase fatta sull’argomento.

Ma è difficile che ci si soffermi veramente sulla comprensione della differenza tra vita e sopravvivenza.

Ovviamente in molti pensano che la sopravvivenza sia una sorta di “tirare a campare”, come se un individuo basasse la propria esistenza solo su pochi beni primari ed essenziali come guadagnare dei soldi, avere una casa, farsi una famiglia, distrarsi ogni tanto, aspettare la pensione e poi morire: un po’ come se tutte le tappe della nostra vita fossero prestabilite lungo dei binari decisi dalla società. Fin qui più o meno ci siamo tutti. Riguardo al “vivere davvero” invece la tendenza ci porta a pensare che si tratti di un riuscire a realizzare i propri sogni, esprimere la propria creatività, raggiungere obbiettivi importanti, provare emozioni intense, avere relazioni positive ecc…. in poche parole essere “felici”.

Davanti a questo quadro della situazione molte persone cercano di passare dalla condizione di “sopravvivenza” a una condizione di “felicità” e “realizzazione di sé” che chiamano “vivere davvero”. Ma in che modo si orientano in questa svolta della loro vita? Vediamo un po’…

Fin dalla nascita, ci sono due sensazioni principali a muovere istintivamente le azioni di un individuo: il piacere e il dolore. Piacere e dolore infatti sono funzioni biologiche strettamente collegate ai nostri sensi: per esempio un dolore fisico, un sapore sgradevole o un odore cattivo ci fanno percepire la sensazione di qualcosa di nocivo per il nostro corpo; al contrario ciò che ai nostri sensi risulta buono o piacevole ci fa capire cosa può essere utile per il nostro corpo e per la sua sopravvivenza. A partire da queste funzioni biologiche l’essere umano tende a orientare la sua vita secondo la “ricerca del piacere” e la “fuga dal dolore”, non solo a livello fisico ma anche a livello psicologico: infatti poiché il piacere risulta una funzione primaria per la nostra sopravvivenza, durante la nostra crescita e attraverso la nostra esperienza costruiamo una serie di convinzioni personali su quali siano i metodi giusti per ottenerlo. In questo senso diventa istintivo per noi provare benessere e soddisfazione quando le nostre convinzioni su ciò che è giusto e sbagliato vengono rinforzate e la nostra personalità viene apprezzata… ed è qui che emerge anche la nostra tendenza a giudicare in continuazione qualsiasi cosa.

Frequentando l’ambiente musicale ho visto molti colleghi decidere di dare una svolta alla propria vita abbandonando gli schemi imposti dalla società per cercare di fare l’unica cosa che li portasse a stare veramente bene, ossia suonare. La maggior parte delle volte affermavano inoltre di preferire una vita fatta di tentativi per realizzare i propri sogni piuttosto che rinunciarvi per accontentarsi dei soliti schemi di sopravvivenza.

Tuttavia mi sono reso conto che il benessere ricevuto dal raggiungimento di un obbiettivo non sembrava soddisfare sempre fino in fondo la serenità dei miei colleghi (e anche la mia): o perché si temeva di perdere le posizioni guadagnate o perché una volta raggiunto un obbiettivo c’era ancora bisogno di porsene un altro. Era un po’ come se la “felicità” e il cosiddetto “vivere veramente” fossero sempre altrove. Qualcosa non quadrava e sembrava che la differenza tra “sopravvivere” e “vivere davvero” fosse minima: alla fine il cercare di raggiungere degli obbiettivi per stare meglio e il rinforzare la propria personalità sembrava ancora una specie di tirare a campare cercando di annoiarsi un po’ di meno (o di divertirsi ogni tanto).

Il motivo di questa insoddisfazione generale era in realtà molto semplice da individuare: che uno si accontenti di una vita basata su tappe prestabilite o che uno cerchi di trasformare i propri sogni nella propria professione e quindi nel proprio modo per realizzarsi e ottenere più piacere, alla fine si tratta sempre e comunque di sopravvivenza. Questo genera un senso di frustrazione interiore: da una parte perché una vita basata sul tirare a campare non può che risultare come uno spreco inutile di energie visto che alla fine si muore comunque, dall’altra perché lo sforzo e la fatica insiti nella ricerca del piacere provocano comunque sofferenza e dolore, ossia le sensazioni più vicine alla paura di morire.

A quel punto mi sono chiesto… ma è davvero solo tutta una questione di sopravvivenza?

Se la vita fosse solo sopravvivenza significherebbe che lo scopo della vita sarebbe “far essere se stessa”… ma se la vita usa la ricerca del piacere come meccanismo biologico per mantenere se stessa e il dolore come meccanismo per evitare ciò che porta alla morte, si giunge a una contraddizione nella vita stessa: tutto ciò che cerchiamo di ottenere per sopravvivere attraverso la ricerca del piacere non ci basta mai e non è sufficiente per evitare la morte, perciò non saremo mai soddisfatti e questa ricerca del piacere ci causa dolore… viceversa, se per diminuire il dolore dovremmo rinunciare agli sforzi inutili della ricerca del piacere e quindi ai mezzi di sopravvivenza, la massima estinzione del dolore corrisponderebbe solo con la fine della vita stessa.

Perciò in sostanza l’unica cosa che dovrebbe portare a non stare male a questo punto sarebbe… il suicidio? Ma allora a cosa servirebbe la vita?

Una vita che trova nella morte la massima realizzazione dei sistemi che invece dovrebbero mantenerla non dovrebbe nemmeno esistere.

E’ un po’ come se “per vivere meglio” uno fosse costretto a uccidersi. E’ assurdo e contraddittorio.

Ma facendo il ragionamento al contrario dovremmo invece realizzare che proprio perché la vita esiste, deve avere per forza un altro scopo rispetto a quello contraddittorio di mantenere se stessa.

Quindi un musicista potrebbe anche cercare di “vivere davvero” per varie motivazioni come:

  • Riuscire a fare qualcosa che gli piace come professione…
  • Realizzarsi
  • Diventare famoso e migliorare la sua reputazione…
  • ..
  • Conquistare un/a (o più) partner…
  • Restare nella storia per la sua bravura…
  • Vincere un Grammy…
  • Condividere il suo messaggio artistico per il bene dell’umanità…
  • Fare della beneficenza…
  • Ottenere questi obbiettivi tutti insieme…

…ma se in definitiva si continua ad essere guidati dalla ricerca del piacere fisico e/o psicologico, alla fine si resterà comunque imbrigliati in una contraddizione senza senso.

Questo significa che dietro allo scopo della sopravvivenza ci devono essere altre motivazioni a spingere le nostre azioni: il primo passo per trovarle potrebbe essere scoprire qual è la vera funzione del binomio piacere-dolore rispetto a quella contraddittoria della mera sopravvivenza… e direi che il prossimo post di “La Via della Musica” partirà proprio da qui…

…continua…

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